Alla Biennale di Venezia: io, Sejima, e le calze di lurex.
Giovedi, 2° settembre 2010 @8:40
La prima cosa che noto di Kazuyo Sejima sono le calze: verde scuro, in lurex. Forse non è un caso: questo è un anno scintillante per l’architetto giapponese, 54 anni, la prima donna a dirigere la Biennale Architettura di Venezia (appena inaugurata), e seconda donna al mondo, dopo Zaha Hadid, a ricevere il Pritzker Prize, il più prestigioso premio di architettura. Eppure pochi, prima, conoscevano questa giapponese schiva e tenace, che con il suo studio SANAA, fondato a Tokyo nel ‘95 insieme al socio Ryue Nishizawa, ha firmato edifici poetici, lievi, tutti in "total white": dal New Museum di New York, quasi delle scatole candide in bilico una sopra l’altra; alla Scuola di Management e Design Zollverein, in Germania, un edificio bucherellato di finestre asimmetriche... Poetico è anche il titolo che ha scelto per la Biennale: "People meet in architecture". Forse perché l’architettura è sempre più un luogo di incontro? Penso a certi musei, il Guggenheim di Bilbao o il Maxxi di Roma firmato da Zaha Hadid; o ai design hotel. Ma anche il Learning Center Rolex a Losanna, in Svizzera: una costruzione sinuosa e morbida, a nastro; una specie di "università aperta" per la generazione Facebook, che è lo scenario del breve film in 3D di Wim Wenders che apre la Biennale, negli spazi bui dell’Arsenale, e dove vediamo in un buffo cameo Sejima sfrecciare per l’edificio che ha progettato, con un monopattino. Anche lei ascolta: "If buildings could talk", se gli edifici potessero parlare, è il titolo del film di Wenders e in fondo anche della Biennale. O della nostra vita…
"Il titolo "People meet in architecture" è volutamente ambiguo: non solo perché ci incontriamo in spazi architettonici, ma anche perché in questi spazi incontriamo qualcosa. Atmosfere. Suggestioni. E, in questo modo, possiamo capire qualcosa di noi. Lo vedrete in Biennale: ad esempio, nella "nuvola" di Transsolar Klimaengineering e Tetsuo Kondo".
Tutti, o quasi, gli edifici che lei ha disegnato sono bianchi: perché?
"Cerco di annullare la gerarchia tra l’interno dell’edificio, che è scuro, e l’esterno, che è chiaro. Il bianco serve a questo: a passare dall’esterno all’interno, nella luce, mantenendo la luce".
A proposito di bianco: guardando le sue architetture, mi ero convinta che lei si vestisse solo di bianco, oppure di nero. E invece: calze verde scuro di lurex, un abito lungo a grandi pois verdi e marroni…
Sejima ride.
"Le piacciono le calze? Le ho anche d’argento, sempre di lurex, regalo di un’amica. L’abito, invece, è un vecchio Comme des Garçons, avrà almeno vent’anni".
So che lei è una fan di Comme des Garçons.
"Sì. E quando ho ricevuto il Pritzker, uno dei messaggi che mi ha fatto più piacere è stato proprio quello di Rei Kawakubo, la fondatrice, che mi ha scritto quanto fosse orgogliosa che una donna, e giapponese, avesse vinto. Mi ha poi fatto un regalo bellissimo: avevo bisogno di un abito per la premiazione, a New York, e non riuscivo a trovare niente in negozio. Me l’ha disegnato su misura, in due settimane: quasi come a Hollywood!".
Mi sembra di capire che lei sia un’appassionata di shopping…
"Ma più di tutto mi piace comprare piatti".
Piatti?
"Piatti, ciotole, tazzine... A Venezia sono riuscita a scovare pezzi bellissimi, anche antichi".
Magari ha persino un "nukadoko"?
Sejima ride, sorpresa. E mi chiede: "Come fa a sapere cos’è?". In realtà l’ho appena scoperto, spiego, leggendo un romanzo: "Il ristorante dell’amore ritrovato", di una giovane scrittrice giapponese, Ito Ogawa (Neri Pozza). La protagonista, un’aspirante cuoca a Tokyo, viene lasciata dal suo fidanzato. Torna a casa una sera e scopre che lui si è portato via tutto: sedie, armadi, il letto, pentole e spezie. L’unica cosa che si è salvata è il "nukadoko" della nonna…
"Ma certo, conosco il libro: e il "nukadoko" è la ciotola tradizionale in cui ogni famiglia faceva fermentare, di notte, ortaggi per speziare il cibo. Anche noi ce l’avevamo: di mia nonna, appunto. E sa, tutto dipende dalla mano: che mescola il contenuto, ogni sera. Per questo dicono che dev’essere sempre la stessa persona, a farlo. Se cambia la mano, cambierà il sapore".
Quasi una piccola magia: in cucina, come in architettura, il segreto è questo.
(Come avete intuito, la giornalista fintoglam è stata all'opening della Biennale Architettura di Venezia. Questo è un articolo che ho scritto per Grazia).
Il cammello (fashion). E gli scoiattoli di Central Park, tristi di lunedì.
Lunedi, 30° agosto 2010 @18:51
Già svuotato le valigie? Già visto, come sperava sempre Emma nel Libro Rosa, il fondo della cesta della biancheria? Già messi via parei e caftani? Le giornaliste di moda (o presunte tali, come la sottoscritta) sono già alle prese da tempo con maglioni e cappotti. E con una brutta notizia, almeno per me. Il ritorno del cammello (e no, non sto pensando alla visita romana di Gheddafi). Ecco l’articolo che ho scritto per Grazia.
No, il cammello no! Questo è stato il mio grido, anzi il lamento, il sospiro di sconforto quando un’amica fashionista mi ha confermato: è deciso, quest’autunno torna il cammello. Inteso non nel senso del dromedario, ovviamente, ma del colore. Non potremmo fondare un gruppo di bellicosa resistenza?, abbiamo pensato.
Perché cammello? Perché è in linea con il "post-bon ton" di quest’anno: l’eleganza classica, rivista e riaggiornata. E, a parte il "piccolo abito nero" che ci salva sempre, a quanto pare non c’è niente di più saggio che affidarsi ai toni neutri e non urlati. Quindi sì a pantaloni quasi sartoriali, da abbinare a maglioni tricottati, un altro must di quest’autunno, gonne dal taglio dritto e giacche dall’aria vagamente prussiana… Tutto, ahimé, color cammello.
A chi piacerà questa moda sussurrata? A donne che non amano alzare la voce, che odiano le volgarità e gli spintonamenti. Donne sottomesse? Ma proprio per niente. Come dimostra Iris, una delle due sorelle protagoniste dei romanzoni parigini di Katherine Pancol (l’ultimo è "Il valzer lento delle tartarughe", Baldini Castoldi Dalai Editore). Che, in una memorabile scena all’Hotel Costes, dove dà appuntamento alla sorella per riconquistare, sornionamente, lei e il suo posto nel mondo, si veste così: "Cappotto lungo di cachemire beige, stivali alti scamosciati, lungo gilet color melanzana facente funzioni di vestito, cintura morbida sulle anche". Perfidamente chic. E funziona: "Porse il cappotto alla guardarobiera che la avvolse in uno sguardo adulante, passò in rassegna i tavoli accanto con un sorriso assente, e poi, dopo aver raccolto tutti gli sguardi in un fascio di offerte, si avviò verso il tavolo dove giaceva, sprofondata, Joséphine".
Che dite, non siete convinte? Preferite aderire al partito di "no, il cammello no"? Allora vi presto una frase-slogan: "Only the beige wear beige", ovvero "solo chi è beige si veste di beige". Frase criptica, da intendere velenosamente come volete, della giornalista inglese Hadley Freeman, sguardo sarcastico sulla moda e sul mondo. Rubiamogliela pure. Tanto, nella moda tutto è permesso: anche cambiare idea, e capitolare, in caso di emergenza, per un cappottone lungo, risolutamente beige.
E dunque sì, come avete visto dalla citazione, ho letto la Pancol, la scrittrice francese che con la sua trilogia è in cima alle classifiche dei bestseller. I critici la fanno a pezzi, il pubblico la ama. Io non so bene cosa pensarne, ma ammetto: leggerò anche il terzo volume, dal titolo un po’ folle come gli altri della saga, "Les écureils de Central Park sont tristes le lundi", ovvero "Gli scoiattoli di Central Park sono tristi di lunedì". E non siamo tutti forse un po’ tristi il lunedì, soprattutto al rientro dalle vacanze?
Quel che rimane dell'estate.
Mercoledi, 25° agosto 2010 @14:29
Ogni estate, sull'isoletta, scopro qualche piccolo nuovo piacere. Quest'estate, ad esempio, ho scoperto la meraviglia di mangiare i fichi cogliendoli direttamente dall'albero: dalla casa di un amico straniero, visto che attorno alla mia ci sono solo ulivi e alberi di carrube. E il piacere di camminare a piedi nudi. Piccolo particolare: sull'isoletta non c'è sabbia; e soprattutto è stata una scoperta obbligata, visto che un paio di vecchie infradito glitter mi hanno praticamente segato le dita di un piede. Ma a volte è così che scopriamo, per sbaglio, certi piccoli piaceri della vita.
E voi? Cosa rimane della vostra estate?
Quando soffia il vento del Nord.
Lunedi, 2° agosto 2010 @10:07
Osare. Partire. Magari senza prendere un aereo: no, semplicemente seguendo i moti del cuore. Per tutte le 192 pagine di "Le ho mai raccontato del vento del Nord" (Feltrinelli), il bestseller di Daniel Glattauer, speriamo che Emmi e Leo, i protagonisti, si decidano. E osino. Diano retta a questo benedetto vento del Nord. Lo faranno? Lo scrittore austriaco Glattauer è stato così abile (non per niente in Austria e Germania ha venduto un’enormità, 750mila copie, e il libro in Italia è già un passaparola romantico), che una volta iniziato il romanzo non si riesce più a smettere. E dire che Emmi e Leo, lei sposata e lui single deluso, iniziano a scriversi per sbaglio: lei manda una mail, anzi svariate seccate mail, per disdire l’abbonamento a un giornale, "Like"; risponde altrettanto seccato lui, che di cognome fa "Leike". Così, per una vocale in più, inizia una corrispondenza via e-mail prima ironica, scherzosa, poi sempre più intima, sempre più travolgente. "Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente", leggo finalmente a pagina 78... Si incontreranno? Emmi, che di notte non riesce a dormire per il vento del Nord, il vento che inquieta e spinge lontano, dirà di sì a un possibile appuntamento? No, non si tratta solo di tradimento. Qui c’è in gioco molto di più, e il libro lo racconta bene: c’è l’inquietudine, il caso, il destino, l’intimità che si accende tra due sconosciuti. La possibilità di ribaltare la propria vita. La tentazione, l’esitazione. E l’incantesimo romantico in azione: "Le ho mai raccontato del vento del Nord", in fondo, è il classico epistolario ottocentesco "reloaded" Internet. Niente paura: non sono così perfida da svelare il finale. Vi dirò soltanto che dal libro che Glattauer, a furor di popolo, ha scritto un sequel, per ora pubblicato solo nei paesi di lingua tedesca.
Ma c’è chi il vento del Nord lo segue, eccome. E’ Delia, quarant’anni, sposata con tre figli: una donna come tante, una vita come tante. Ma nel long-seller di Anne Tyler, "Per puro caso" (che adesso viene ripubblicato in una nuova edizione: Guanda), durante una placida mattinata in spiaggia, Delia decide: d’impulso. Se ne va, senza voltarsi indietro. Con solo i documenti, il costume e la borsa della spiaggia. Chiede un passaggio e se ne va: no, non fugge in India, ma si ferma qualche centinaio di chilometri più in là. Prende una camera in affitto, cerca un lavoro. Vuole… Già, che cosa vuole? Vuole di più. Vuole ascoltare il vento del Nord. E’ un romanzo intenso e struggente, scritto nel 1995 ma così amato, che da allora viene continuamente ripubblicato; oggi torna con questa nuova edizione, e con una nuova, simbolica copertina. Una donna sola, sulla spiaggia. Una donna che va, che osa: lascia la famiglia, i figli, e non per un altro uomo, attenzione, ma per sé… Un vero passaparola al femminile, e infatti molte donne ce l’hanno, ben sepolto in libreria: quante, viene da chiedersi, hanno sognato di fare come lei?
C’è invece chi parte e si trascina dietro tutta la riluttante famiglia. Ne sa qualcosa Eva, la piccola protagonista di "Verso Nord" di Pia de Jong (Elliot). Ha 14 anni e un padre che ha deciso di realizzare il suo sogno: andare, prima in treno e poi a piedi, zaino in spalla, verso Nord, attraverso la Lapponia, oltre il circolo polare. Verso "l’inizio di tutto". (Ma tra le renne e le zanzare, e con una bussola che forse non funziona). Un’avventura, anche dell’anima, in cui trascina la moglie e i due figli. Così forte è il vento del Nord. Anche se penso che la piccola protagonista, da grande, andrà solo a Saint Tropez. Come la capisco!
Una passeggiata sulla High Line.
Venerdi, 30° luglio 2010 @8:31
No, non sono a New York. Ma visto che qualcuna di voi sta partendo per Manhattan, ecco un articolo che ho scritto tempo fa per Grazia: su uno dei miei posti del cuore, la High Line (anche se continuo a preferire Piazza Unità a Trieste, sarà perché c’è il mare?).
Dimenticate la Quinta Avenue. E Central Park. Il nuovo cuore di New York – il cuore più trendy, più design, ma anche più poetico – batte sulla High Line. Un cuore aereo: è la nuovissima "passeggiata sopraelevata" di cui i newyorkesi si sono subito innamorati. Un progetto ambizioso e semplice insieme: ridare vita alla vecchia ferrovia industriale costruita negli anni Trenta, a 10 metri da terra. E trasformarla, appunto, in una passeggiata: con tanto di sdraio in teak, fiori e piante apparentemente selvagge (ma in realtà curatissime) sui vecchi binari, e vista sull’Hudson… Non un parco, ma un lungo rettilineo dove darsi appuntamento, sedersi a leggere un libro, scrivere, ascoltare musica con l’iPod, organizzare un pic-nic, e dedicarsi al people-watching. O, ancora meglio, fare tutte queste cose insieme.
Non a caso, subito dopo il grande opening (a giugno di un anno fa) è arrivato l’imprimatur di Bill Cunningham. Il mitico fotoreporter fashion, che ogni domenica racconta sul New York Times i nuovi look della città, ha dedicato alla High Line un’intera puntata del suo "On the street". Perché, in fondo, è una passerella di moda metropolitana: e anch’io, quando ci sono stata, non ho potuto fare a meno di ammirare le ragazze con vertiginose scarpe architettoniche, proprio quelle che di solito non si incontrano al parco.
Ma la High Line non è (solo) una passeggiata aerea o un osservatorio fashion. Sotto le arcate, la città cambia forma e ritmo; si aprono boutique, ristoranti, caffè. Qui c’è il quartier generale di Diane von Furstenberg, con una galleria d’arte (e qui la vostra giornalista glam cheap è stata invitata a una festa, per la Fashion Week newyorchese!). Qui ci sono le vetrine di Stella McCartney, Louboutin… E il Chelsea Market, il vecchio mercato di frutta e verdura, che ora accoglie ristorantini e micro-negozi, compresa una libreria in cui rifugiarsi quando piove. Qui Balasz, re degli hotel trendy americani (è suo Chateau Marmont a Los Angeles), ha aperto The Standard, 337 stanze e un piccolo scandalo: perché i clienti "dimenticavano" di tirare le tende, offrendo inaspettati spettacoli osé a chi passeggiava sotto. Vero? Falso? Per non sbagliare limitatevi ad andarci a pranzo: lo Standard è uno dei migliori ristoranti in zona.
Dietro questo progetto visionario, chi c’è? Il comune di New York, certo. Un gruppo di mecenati privati, tra cui Diane von Furstenberg. Ma soprattutto una donna: l’architetto Elizabeth Diller, dello studio Diller Scofidio+Renfro. Fu lei a firmare, per l’Expo.02 in Svizzera, lo straordinario "Le nuage": una struttura di metallo sul lago di Neuchâtel, a cui si arrivava con una passerella, con più di 30mila augelli che spruzzavano e vaporizzavano l’acqua lacustre, creando una specie di effetto nebbia. Per cui l’impressione era proprio quella di entrare dentro una "nuvola mobile"… In cima, l’Angel Bar, con acque minerali da tutto il mondo. La nuvola-capolavoro era purtroppo solo un’installazione, non esiste più: ma io ricordo ancora l’emozione che ho provato entrandoci. E in fondo, che cos’è la High Line se non il sogno di una nuvola a New York?
Per le fortunate che stanno andando a NYC adesso:
La High Line è nel West Side; attraversa il Meatpacking District, West Chelsea e Clinton/Hell’s Kitchen. Si sale grazie a scale o ascensori, per ora in cinque punti. A fine lavori, sarà lunga 2 chilometri e mezzo. Il sito è: www.thehighline.org/ e raccoglie anche foto degli entusiasti frequentatori.

Lisa Corva scrive. Libri inutilmente utili, pezzi finto-glam, buongiorno poetici, sms con le faccine da teenager reloaded. E, ovviamente, post sul suo blog.
Usa solo profumi alla rosa, non porta l’orologio, adora il suo iPhone anche se non ha ancora capito bene come usarlo, ed è nata a Trieste nel 1964, cosa di cui è sconsideratamente orgogliosa (non ci ha mai vissuto, ma questo è solo un dettaglio). Per quello che la riguarda, passerebbe il tempo seduta a un caffè di Piazza Unità, a leggere e guardare il mare. O anche sulla High Line, la passeggiata design e sopraelevata a Manhattan, a fare un po’ di shoe-watching e people-watching (due passatempi egualmente interessanti). Nell’attesa di realizzare il suo sogno, ha messo una foto del Molo Audace (che è Trieste, of course) come salvaschermo sul suo laptop. Siamo d’accordo, non è proprio la stessa cosa...
E’ recentemente fuggita da Milano, ma è rimasta (anche) una giornalista finto glam: scrive di moda per Grazia, pur avendo la strana sensazione che alle sfilate le sfugga sempre qualcosa di fondamentale (forse perché è relegata in ultima fila; posto: standing). Come la protagonista del suo ultimo romanzo, è la fiera proprietaria di un paio di sandali Caovilla tutto glitter, sui quali ha da poco imparato a camminare senza cadere.
Ma quello che più le piace è cercare schegge di poesia quotidiana per la sua rubrica su City: un Buongiorno da leggere in metropolitana, in tram, al semaforo rosso dell’incrocio, oppure qui sul blog… Flash luminosi di poesia, per camminare nella vita senza inciampare. Parola di chi ama le infradito.

